Pino Bertelli un fotografo di strada

Là dove le nostre ali si sfiorano

i nostri cuori si danno del tu

reporter sans frontiere

Gente dell’Isola d’Elba. Ritratti di mare, di pietra, di ferro, di vento

Il libro fa parte di un più ampio progetto di fotografia antropologica intitolato "Gente dell'Arcipelago Toscano", curato insieme alla documentalista Paola Grillo
gente dell'isola d'elba

di Pino Bertelli e Paola Grillo. Cine Sud, 2024

Sulla fotografia del pensiero meridiano e il Cante Jondo della nostra vita

Devi augurarti che la strada sia lunga. / Che i mattini d’estate siano tanti /quando nei porti - finalmente e con che gioia - / toccherai terra tu per la prima volta: / negli empori fenici indugia e acquista / madreperle coralli ebano e ambre / tutta merce fina, anche profumi / penetranti d’ogni sorta; / più profumi inebrianti che puoi, / va in molte città egizie / impara una quantità di cose dai dotti

La fotografia è un modo di pensare e cercare di andare oltre il buio e la “bella parvenza” della civiltà dello spettacolo… mostrare in punta di cuore l’autenticità della bellezza (o la secolarizzazione del dolore). Quando domandarono a Michelangelo come fosse riuscito a realizzare il suo David, rispose: “Stava dentro il blocco, ho dovuto solo tirarlo fuori”.

Paola, mia compagna di derive avventurose che ci hanno portato a conoscere tanti pezzi di mondo a fianco di chi non ha voce né volto… su una nave che ci trasportava a conoscere l’isola che abbiamo sempre visto e mai scoperto davvero… con uno sguardo tagliato dal vento di mare, mi parla di un frammento poetico di Saffo, forse questo: “Vieni / inseguimi tra i cunicoli della mia mente /tastando al buio gli spigoli acuti delle mie paure. / Trovami nell’angolo più nero/osservami. / Raccoglimi dolcemente scrollando la polvere dai miei vestiti. / Io ti seguirò. / Ovunque”.
Ti raccolgo come tu hai raccolto me, luna dei miei giorni… e ti prendo nei mercati di pietre dure verdi e schegge di corallo vermiglio, sotto alberi di limoni o nella stanza azzurra tra i pini di mare, e ti tingo le labbra col miele nel caffè del mattino. Ti scatto una fotografia nel levarsi del giorno, avvolta nella lana arancione e i miei jeans che ti proiettano negli anni ’60, quando era proibito proibire e domani era già ieri… ci siamo abbracciati davanti alle pietrose scogliere dell’Elba e mi viene addosso il sangue del Cante Jondo di Garcìa Lorca, “Più forte della morte è l’amore”, e siamo andati a fotografare all’ombra degli olivi salmastri.

Il Mediterraneo è alle radici di una cultura millenaria e l’isola d’Elba è parte fondante di questa sapienza non sempre conosciuta. Non c’è nulla di più importante di un geroglifico in forma di grazia, poiché nell’intelligibile o nella disgrafia dei sentimenti appassionati, nella caligine del cuore l’amore fa il suo covo. Come viandanti della parola amata e con le elegie di Rilke e la visione dionisiaca di Nietzsche nella borsa delle macchine fotografiche, siamo partiti in maniera del tutto indipendente dalla nostra città e a intervalli abbiamo passato un anno sull’isola a fotografare la gente, trascrivere le loro storie, le memorie, i sogni… tra limoneti infiammati di singhiozzi notturni, e la terra, il mare, la luna, il rosmarino, i capperi, il finocchietto selvatico… siamo arrivati là dove il sorriso disegna nuovi sorrisi… dove l’usignolo del Cante Jondo canta senza occhi, canta accecato d’amore per il primo pianto e il primo bacio.

Sulle montagne, nei boschi, sulle spiagge d’inverno dell’Elba e con accanto lei che mi stringeva a sé nella luce del mattino o sotto una luna che inchiodava i baci sull’alfabeto delle aurore… ci siamo trovati sul fiorire eterno del nostro tempo a lasciare sull’ultima delle foglie di elicriso, il Cante Jondo della nostra vivenza… e ti ho offerto del vino, pane e arance nella pioggia, e una maculazione intima che portava il mio sigaro a cadere sui tuoi gesti di Cassandra e di Medea che stabilivano l’inchiostro di tutti i sentieri, gli incroci, gli sguardi… e ci siamo afferrati all’origine gitana del Cante Jondo, fondo “più di tutti i pozzi e tutti i mari che avvolgono il mondo, molto più profondo che il cuore che lo crea ogni volta e la voce che lo canta, perché è quasi infinito. Proviene da razze lontane, attraversando il cimitero degli anni e le fronde dei venti avvizziti. Arriva dal primitivo pianto ed il primo bacio” (Federico Garcìa Lorca). Non importa conoscere per sapere, bisogna amare senza chiedersi perché.

Il Cante Jondo è nato prima del linguaggio… è un canto germinale andaluso che proviene da oriente e ha contaminato e si è lasciato contaminare dalle genti erranti… saggi, poeti, analfabeti… la musica, le assonanze, le parole che lo esprimono contengono il Duende e non c’è verità più grande, poiché disvela il misterioso che nessun filosofo sa spiegare, Goethe, diceva… la musica gitana dell’Andalusia, il cinema di Buñuel, il Don Chisciotte di Cervantes o la fotografia dionisiaca/antropologica del vissuto quotidiano… contengono l’indefinibile presenza del Cante jondo… una creazione in atto che desta il dolore dell’umano e lo trascolora nel cambiamento radicale di forme e vite che solo gli angeli e gli asini dispensano nell’immaginale dell’insolito.

In questo Maelström creativo ci siamo avvicinati al bordo, allo strappo, alle pietre ferrose che sembravano uscire intorno a noi, dalla fragranza e dall’iridescenza della musica di Debussy… in questa ebbrezza dionisiaca e nell’urlo della siguiriya gitana (il grido dell’uomo immerso nel corpo e nell’anima che racconta i temi della morte e dell’amore) abbiamo tessuto nella lingua non scritta della malinconia, la leggerezza, la fragilità e la durezza che portano a superare ogni difficoltà e riconnettersi con le braci della ferita originaria, diventate fuoco dei giorni sui volti e corpi fotografati. Forse solo gli illetterati, i folli, i bambini, i poeti e l’amor fou dei nostri domani, sanno che il profumo della liquirizia può mutare la saggezza delle stelle.

Il Cante jondo è al principio d’ogni rizoma del pensiero meridiano… Friedrich Nietzsche, Ernst Jünger, Fernand Braudel, Pierre Bourdieu, Predrag Matvejević, Albert Camus, Pier Paolo Pasolini, Franco Cassano o l’asino Platero di Juan Ramón Jiménez, ci hanno insegnato la cartografia umana della prossimità, il senso di ospitalità e convivenza dovuto allo straniero che viene in cerca di un’esistenza meno feroce… ci hanno insegnato che lo stupore del diverso da sé che diviene storia comune è un messaggio di pace e di scambio, aiuta a valicare la soglia, la frontiera, il limite e l’accoglienza si trasforma in casa della meraviglia… ci hanno insegnato che da sempre l’erranza (migranti, profughi, sopravvissuti a guerre e miserie millenarie) culmina nel principio di fraternità. Si appartiene sempre a una costa, a un popolo o a una terra dove ciascuno è naufrago dei propri desideri di giustizia tra le genti… ciascuno porta in sé l’uomo meridiano fatto di mare, di pietra, di ferro e di vento, e di rotte immaginarie verso la felicità. Il pensiero meridiano è un vedere critico del mondo che definisce la realtà, definisce il tempo, definisce le caratteristiche del futuro, definisce l’altro. L’uomo meridiano è l’uomo che vive per il bene comune e la verità.

Nella fotografia del pensiero meridiano la centralità dell’uomo è l’elemento fondativo di qualsiasi poetica di libertà e diventa ponte tra le terre e viatico tra culture diverse. Alle radici del pensiero mediterraneo c’è misura, bellezza, natura, mito e tragedia… la complicità fra terra e mare è un oltrepassamento di frontiere, di confini, di radicamenti dei popoli in cerca della propria isola, eterno ritorno al centro della propria vita insidiata da aggressioni, inganni, divieti da non infrangere. Nell’incontro con l’altro, le narrazioni fotografiche del pensiero meridiano si trasfigurano in risvegli di libertà, d’amore tra le genti e nel reincanto del mondo.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 21 volte febbraio, 2024

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